MIGLIOR CORTOMETRAGGIO CATEGORIA “SGUARDI ANIMATI”
DAD di Mohammad Keivanmarz – Iran
Per aver saputo raccontare in pochi minuti il senso di frustrazione e inadeguatezza di un bambino che porta il peso opprimente della depressione del padre, il quale non riesce a seguire il proprio figlio né a essere per lui una guida o un compagno di giochi, coniugando una poco velata critica al mondo odierno in cui tutto viene delegato alla televisione, ma trovando proprio in essa, con un guizzo originale, lo stesso mezzo di connessione tra padre e figlio, creando le fondamenta di un nuovo rapporto emotivo.

 

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO CATEGORIA “SGUARDI INTERNAZIONALI”
MARADONA’S LEGS di Firas Khoury – Germania e Palestina
Per aver saputo raccontare con gli occhi di due bambini un periodo di profondo cambiamento storico, in cui il calcio diventa metafora di una lotta per la propria identità nazionale, per il territorio della Palestina e la sua libertà, nel film appena accennata, in cui l’innocenza giovanile, nonché la storia autobiografica del regista e di suo fratello durante i Mondiali di calcio degli anni ’90, rappresenta quel passaggio carico di aspettativa e frustrazione verso la crescita personale e di un intero popolo.

 

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO CATEGORIA “SGUARDI ITALIANI”
PIZZA BOY di Gianluca Zonta
Per aver saputo raccontare una vicenda che sa tenere col fiato sospeso, in una Bologna emotivamente gelida, popolata da una galassia di personaggi, frutto del bombardamento mediatico, in cui il protagonista si muove silenzioso, e nel quale l’antivirus contro il pregiudizio è nelle tremolanti mani di un saggio anziano – un immenso Herlitzka, totalmente al servizio della storia – riuscendo così a restituire quell’umanità che oggi sembra essere sempre più rara e, proprio per questo, ancor più preziosa.

 

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO CATEGORIA “SGUARDI CAMPANI”
IL CANTO DEL MARE di Walter Della Mura
Per aver saputo raccontare con compiutezza una storia che trae spunto dalla leggenda, il delicato omaggio del regista alle radici del suo territorio ricco di miti, la costiera amalfitana, attraverso grande abilità attoriale, una sceneggiatura credibile e un continuo simbolico richiamo al mare, senza la tendenza moderna di ostentare grandi mezzi tecnologici, lasciando alla solidità della narrazione tutto il carico emozionale, privo di fronzoli e con un’autenticità d’insieme.

 

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
Giga Imedadze nel cortometraggio Pizza Boy
Per aver saputo interpretare con delicatezza, in punta di piedi, il protagonista di una storia plausibile, riuscendo a rendere il personaggio in maniera intensa, con poche battute e soprattutto con sguardi carichi di senso, denotando una profonda e adeguata preparazione del ruolo, e riuscendo a trasmettere quella sensazione quasi timorosa di disturbare, persino nella sua stessa esistenza, ma senza perdere la dolcezza di chi, pur avendo lottato e subito tanto, non perde la fiducia nel prossimo e nel futuro.

 

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA
Margherita Mannino nel cortometraggio L’aurora
Per aver saputo disegnare un personaggio ben scritto, caratterizzandolo con passaggi di pensiero e sfumature che denotano un profonda ricerca interiore, rendendo il personaggio vero, credibile, concreto e intenso in tutte le sue sfaccettature, anche le più complesse che vengono lasciate alla mimica di viso e corpo, per giungere a un’epifania emotiva che diventerà oggetto di una nuova rinascita.

 

MIGLIOR REGIA
Nicola Sorcinelli per il cortometraggio Ape Regina
Per aver saputo raccontare, con una regia realizzata da bellissime inquadrature. mai fini a sé stesse, i sentimenti che muovono i due personaggi quasi esclusivamente attraverso le immagini e con l’ausilio di poche, semplici parole. Con poesia, delicatezza e mettendo al centro gli attori con i loro corpi, i loro volti e i loro sguardi, Sorcinelli ci ha sapientemente illustrato una storia di accoglienza e solidarietà, seppur attraverso barriere linguistiche e culturali, regalando allo spettatore una promettente speranza.

 

MENZIONE SPECIALE
LA TRISTE VITA DEL MAGO di Francesco D’Antonio
Per l’originalità e il coraggio di perseguire un’idea singolare, a tratti quasi assurda, senza mai cadere nel grottesco e portandola avanti fino in fondo attraverso il linguaggio ironico e dissacrante del mockumentary, dalla cui satira emerge anche un’interessante riflessione sul mondo della televisione e dei talk show generalisti, e nel quale si unisce armoniosamente un omaggio al cinema muto delle comiche slapstick.